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Chiesa di Santa Caterina D’Alessandria

Davanti a due gioielli simboli dell’arte arabo-normanna, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio e la chiesa di San Cataldo, su Piazza Bellini si staglia la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto

 

Davanti a due gioielli simboli dell’arte arabo-normanna, la Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio e la chiesa di San Cataldo, su Piazza Bellini si staglia la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto.
Vi si accede attraverso due ingressi, quello principale su Piazza Bellini mediante una scalinata a doppia rampa con un portale di fine rinascimento della seconda metà del XVII secolo, incastonato da due colonne che sormonta un architrave costituito da un timpano su cui poggia una edicola dove è  collocata una statua in marmo raffigurante la Santa. Mentre il secondo ingresso, quello laterale, affaccia su Piazza Pretoria, attraverso cui vi si accede sempre  da una scalinata a doppia rampa con portale tardorinascimentale  decorato da ghirlande, putti e stemmi. La struttura venne realizzata nella seconda metà del XVI secolo da ignoti architetti, ma in origine qui si trovava solo il monastero domenicano femminile risalente agli inizi del 1300 ed a cui in seguito fu annessa la Chiesa. Quest’ultima presenta un impianto che risponde al modello tipologico promosso dalla Controriforma, dunque,  una pianta a croce latina con un’unica navata affiancata da delle cappelle, tre per ogni lato, un ampio presbiterio  con terminazione retta ed un transetto. Ciò che la rende unica è l’immenso apparato decorativo che riveste l’interno fatto di numerose statue, affreschi,  stucchi e tramischi; questo fu reso possibile in gran parte dalle monache, le quali, una volta iniziato il monacato,  dimostravano  il loro  prestigio nell’addobbo marmoreo della chiesa, infatti, a dimostrazione di queste ingenti donazioni si trovano lungo le cappelle di sinistra lo stemma del casato di suor Lorenza Amato,  ovvero un leone araldico, mentre lungo le cappelle di destra lo stemma della famiglia Bruno. Si suppone che il rivestimento marmoreo della Chiesa sia stato avviato tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, si tratta di decorazioni dal colore rosso, nero e bianco tra i vari inserti scultorei. Tante sono le scene a cui la decorazione marmorea ad altorilievo fa riferimento, come a Giona che sta per essere inghiottito dal mostro marino, seguito dal Sacrificio di Isacco,  Santa Caterina che riceve le  stimmate e molto ancora, mentre per le statue troviamo capolavori di artisti come Antonello Gagini per la scultura di Santa Caterina d’Alessandria posta nella parete del transetto destro dentro una nicchia, e Giovan Battista Ragusa per San Domenico, San Tommaso , San Pietro martire e San Vincenzo Ferreri posti nei pilastri che sorreggono la cupola. Inoltre  si noti la mano di artisti come Vito d’Anna, autore dell’affresco che riveste le pareti interne della cupola raffigurante il Trionfo dell’Ordine Domenicano e di quelli nelle vele che invece riproducono le Allegorie dei quattro continenti, ancora Filippo Randazzo autore dell’affresco sulla volta della navata che rappresenta il Trionfo di Santa Caterina o  Francesco Sozzi, aiutato dal nipote Alessandro d’Anna,  per  le figure allegoriche del sottocoro.  Numerose sono le unicità artigianali custodite all’interno della chiesa, come l’altare maggiore in agata con ornamenti in rame dorato tradizionalmente attribuito Andrea Palma, le griglie dei confessionali  in argento, un reliquiario nella Cappella del Santissimo Crocifisso a destra ed  un paliotto in pietra dura. Nella seconda metà del XVIII venne innalzata la maestosa cupola ad opera dell’architetto Francesco Ferrigno. Dal vano presbiteriale si accede ad un altro ambiente, ovvero la cripta,  ad adibita come luogo di sepolture delle sorelle del monastero; quest’ultimo inoltre si sviluppa attorno ad un chiostro, costituito da 10 arcate a tutto sesto per ogni lato circondanti un giardino, al cui centro si trova una fontana che termina con un piedistallo che sorregge una scultura di fine 1700 di Ignazio Mirabitti raffigurante San Domenico. 
Il monastero di Santa Caterina è noto e particolarmente caro ai palermitani  perché fungeva , oltre che da luogo di preghiera, anche da un vero e proprio laboratorio di dolci che le monache giornalmente realizzavano e vendevano e che godevano di grande fama  sia per la bontà dei loro sapori sia per gli ingredienti genuini che venivano impiegati, come mandorle, ricotta, frutta secca.

Vi si accede attraverso due ingressi, quello principale su Piazza Bellini mediante una scalinata a doppia rampa con un portale di fine rinascimento della seconda metà del XVII secolo, incastonato da due colonne che sormonta un architrave costituito da un timpano su cui poggia una edicola dove è  collocata una statua in marmo raffigurante la Santa. Mentre il secondo ingresso, quello laterale, affaccia su Piazza Pretoria, attraverso cui vi si accede sempre  da una scalinata a doppia rampa con portale tardorinascimentale  decorato da ghirlande, putti e stemmi.

La struttura venne realizzata nella seconda metà del XVI secolo da ignoti architetti, ma in origine qui si trovava solo il monastero domenicano femminile risalente agli inizi del 1300 ed a cui in seguito fu annessa la Chiesa. Quest’ultima presenta un impianto che risponde al modello tipologico promosso dalla Controriforma, dunque,  una pianta a croce latina con un’unica navata affiancata da delle cappelle, tre per ogni lato, un ampio presbiterio  con terminazione retta ed un transetto. Ciò che la rende unica è l’immenso apparato decorativo che riveste l’interno fatto di numerose statue, affreschi,  stucchi e tramischi; questo fu reso possibile in gran parte dalle monache, le quali, una volta iniziato il monacato,  dimostravano  il loro  prestigio nell’addobbo marmoreo della chiesa, infatti, a dimostrazione di queste ingenti donazioni si trovano lungo le cappelle di sinistra lo stemma del casato di suor Lorenza Amato,  ovvero un leone araldico, mentre lungo le cappelle di destra lo stemma della famiglia Bruno.

Si suppone che il rivestimento marmoreo della Chiesa sia stato avviato tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo, si tratta di decorazioni dal colore rosso, nero e bianco tra i vari inserti scultorei. Tante sono le scene a cui la decorazione marmorea ad altorilievo fa riferimento, come a Giona che sta per essere inghiottito dal mostro marino, seguito dal Sacrificio di Isacco,  Santa Caterina che riceve le  stimmate e molto ancora, mentre per le statue troviamo capolavori di artisti come Antonello Gagini per la scultura di Santa Caterina d’Alessandria posta nella parete del transetto destro dentro una nicchia, e Giovan Battista Ragusa per San Domenico, San Tommaso , San Pietro martire e San Vincenzo Ferreri posti nei pilastri che sorreggono la cupola. Inoltre  si noti la mano di artisti come Vito d’Anna, autore dell’affresco che riveste le pareti interne della cupola raffigurante il Trionfo dell’Ordine Domenicano e di quelli nelle vele che invece riproducono le Allegorie dei quattro continenti, ancora Filippo Randazzo autore dell’affresco sulla volta della navata che rappresenta il Trionfo di Santa Caterina o  Francesco Sozzi, aiutato dal nipote Alessandro d’Anna,  per  le figure allegoriche del sottocoro.  Numerose sono le unicità artigianali custodite all’interno della chiesa, come l’altare maggiore in agata con ornamenti in rame dorato tradizionalmente attribuito Andrea Palma, le griglie dei confessionali  in argento, un reliquiario nella Cappella del Santissimo Crocifisso a destra ed  un paliotto in pietra dura. Nella seconda metà del XVIII venne innalzata la maestosa cupola ad opera dell’architetto Francesco Ferrigno. Dal vano presbiteriale si accede ad un altro ambiente, ovvero la cripta,  ad adibita come luogo di sepolture delle sorelle del monastero; quest’ultimo inoltre si sviluppa attorno ad un chiostro, costituito da 10 arcate a tutto sesto per ogni lato circondanti un giardino, al cui centro si trova una fontana che termina con un piedistallo che sorregge una scultura di fine 1700 di Ignazio Mirabitti raffigurante San Domenico. 

Il monastero di Santa Caterina è noto e particolarmente caro ai palermitani  perché fungeva , oltre che da luogo di preghiera, anche da un vero e proprio laboratorio di dolci che le monache giornalmente realizzavano e vendevano e che godevano di grande fama  sia per la bontà dei loro sapori sia per gli ingredienti genuini che venivano impiegati, come mandorle, ricotta, frutta secca.

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