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Villino Florio all’Olivuzza

Ideato e progettato tra il 1899 e il 1900, capolavoro di Ernesto Basile, commissionato dalla famiglia Florio, da adibire a residenza di Vincenzo, giovane rampollo della ricca dinastia imprenditoriale

 

Il Villino Florio svettava nelle sue forme eclettiche nella contrada dell’Olivuzza, al centro di una vasta area verde che era il parco dei Florio, esteso allora tra l’attuale piazza del Sacro Cuore e la linea ferrata dei Lolli, è di fatto un padiglione di delizia, in un romantico parco, un luogo di ritrovo che vedrà, tra le personalità illustri che vi si recheranno, anche il Kaiser Guglielmo II.
Particolarmente significativa era, infatti, la collocazione del villino circondato da varie piante esotiche, in quella parte della città in cui vi fu l’originario sito residenziale dei re normanni, dominato dal castello della Zisa, divenuto, dunque, in quegli anni un giardino di città, su cui gravitavano villa Whitaker e gli stabilimenti Ducrot e la ceramica Florio: un parco che, all’interno di un più ampio disegno urbano, dopo le evoluzioni sviluppatesi con l’Esposizione universale, rappresentava una nuova centralità capace di trasformare Palermo in una delle principali capitali d’Europa.
Il genio del Basile si concretizza in un’architettura che rispecchia l’animo cosmopolita del giovane Vincenzo, torrette che rimandano ai castelli francesi, colonnine romaniche e bugnati rinascimentali, miscelati in un capolavoro di originalità.


Un luogo fiabesco dove troviamo, quindi, l’identità del committente, dove vengono miscelate varie architetture, a metà tra il cottage inglese, la villa all’italiana, riferimenti all’edilizia francese, stilemi nordici, rinascimentali e catalani.
L’architetto riuscirà ad orchestrare, in armonia assoluta, forme nuove, in una pianta a perimetro mistilineo, con elementi nordici, ma dall’antico sapore, con bugnature angolari, moderne linee architettoniche e raffinati intagli, la movimentata scala angolare esterna a doppia rampa.
Il prospetto si caratterizza dall’acuta spiovenza del tetto, dalla torre angolare, e, dovunque, il moltiplicarsi delle colonnine, gli inserti in ferro battuto, come le ringhiere e i parafulmini.
La potenza della nota famiglia, che comprendeva un impero economico immenso, con una flotta di un centinaio di navi e spaziava dalla chimica al vino, al turismo e all’industria del tonno, ideatrice anche della corsa omonima, la Targa Florio, esprime la sua grandezza in un’architettura dinamica, dove al suo interno ogni spazio riveste una determinata funzione.
Difatti,all’interno, troviamo il piano con la sala gioco e la sala da biliardo, dunque, dedicata allo svago.
Il piano dedicato, con il grande salone, alla rappresentanza, al successivo livello, la stanza da letto e da soggiorno.

Il villino presentava arredi ed elementi ornamentali in legno,altrettanto scenografici e armoniosi, progettati dallo stesso Basile, con interventi di artisti come Giuseppe Enea, Salvatore Gregorietti, Pietro Bevilacqua ed Ettore De Maria Bergler, con l’apporto di ditte specializzate come le officine Ducrot e la Ceramica Florio.
Le stesse decorazioni lignee degli interni erano vari moduli o raffigurazioni che si ispiravano a motivi floreali: i capitelli erano decorati tramite rappresentazioni scultoree di foglie, le pareti stesse del villino, erano rivestite da carta parietale con motivi floreali, così come la splendida scalinata, che culminava con il soffitto ligneo con intarsi che richiamano i disegni delle pareti stesse, il camino, le porte, i tavoli, le sedie e tantissimi altri piccoli e significativi particolari che hanno trasformato il villino in una delle dimore aristocratiche più frequentate dell’epoca.


Fu nel 1962, nella notte tra il 23 ed il 24 novembre, che un incendio distrusse l’interno e provocò danni ad uno dei siti monumentali più rappresentativi del mondo liberty siciliano.
Alcuni interventi di restauro furono attivati nel 1981 e nel 1994, concludendosi nel 2000.
Restaurato, ha riacquistato la sua bellezza, come pure lo splendido giardino circostante, tra la memoria delle belle epoque, lo sfarzo di una borghesia più forte della nobiltà stessa, tra ciò che non vi è più, restano ancora pezzi di storia inscuriti dall’incendio tracce di decori originali, parti del tetto e il camino.

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